Articolo 3
Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.
A 60 anni dalla stesura della Dichiarazione internazionale dei Diritti dell'uomo il Vaticano dice no a chi tenta di considerare persone come le altre gli omosessuali. La pena di morte per monsignor Migliore non è un problema quando il cappio si stringe intorno al collo di un gay, di una lesbica, di una trans.
Grazie alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo i cittadini hanno imparato a fare i conti col fatto che ognuno ha il diritto a una vita dignitosa, ad essere protetto dallo sfruttamento, a non essere torturato o detenuto arbitrariamente, a vedere sostanzialmente rispettata la propria esistenza
Il 10 dicembre 2008 la Dichiarazione universale dei Diritti umani compie sessant'anni ma ha lo spirito di una ragazzina. Grazie a lei, almeno là dove la si osserva, i cittadini hanno imparato a fare i conti col fatto che ognuno ha il diritto a una vita dignitosa, ad essere protetto dallo sfruttamento, a non essere torturato o detenuto arbitrariamente, a vedere sostanzialmente rispettata la propria esistenza. Certo, di strada ce n'è ancora molta da fare, ma è innegabile che tanta se n'è già percorsa e che la tendenza degli uomini e degli Stati dovrebbe essere mirante al continuo perfezionamento di quella Carta perché migliorino sempre di più le condizioni di vita di ogni essere umano in tutti gli angoli del mondo.
È per questo che alla vigilia del sessantesimo anniversario della Dichiarazione dei Diritti dell'uomo la presidenza dell'Unione europea, retta dalla Francia, ha avanzato presso l'Onu un progetto di depenalizzazione universale dell'omosessualità. Già, perché anche se molti non lo sanno, o fingono di non esserne al corrente, l'omosessualità è motivo di discriminazione e morte in molte parti del mondo. Addirittura sono settantanove gli Stati che puniscono l'omosessualità con la detenzione o con torture mentre si viene messi a morte in Iran, Mauritania, Sudan, Emirati arabi, Yemen, Arabia saudita e Nigeria. L'omosessualità, che per molti di noi è un fatto normale, in tante parti del mondo è repressa con una violenza inimmaginabile.
Qualcuno forse ricorderà, per esempio, il Gay Pride di Mosca del 2007. I manifestanti, davanti alla polizia, furono aggrediti da gruppi di naziskin e da fanatici religiosi. Allo scoppio della rissa intervennero le forze dell'ordine presenti che manganellarono e mandarono in ospedale solo i manifestanti omosessuali. E d'altra parte, quest'anno, al Pride di Riga, in Lettonia, si è ripetuta esattamente la stessa cosa. Sicuramente, invece, non molti sapranno che in Egitto - meta di belle vacanze scanzonate - la legge condanna le persone omosessuali alla fustigazione. Oggi, mentre scriviamo, sono detenute in Egitto diverse decine di persone accusate di "depravazione abituale" oppure "oltraggio alla religione". Al Cairo non importa se i fatti sono capitati fra persone consenzienti e tra le mura di casa.
L'Africa è un continente davvero complesso: non sono molti i Paesi il cui codice condanni le persone presunte omosessuali alla morte però sono numerosi i casi in cui chi non è eterosessuale muoia in circostanze non chiare. Siccome della Cina non possiamo dire niente, perché non esistono dati nemmeno approssimativi su questo fenomeno all'ombra della grande Muraglia, bisogna assegnare la palma del Paese più violento e repressivo all'Iran. Molti ricorderanno di aver visto nel 2005 la fotografia di due ragazzi cui il boia stava serrando il cappio intorno al collo. Due ragazzi normali di 17 e 19 anni. Si chiamavano Ayaz e Mahmut. Quelle foto hanno fatto il giro del mondo per la assoluta normalità di quei visi. I due giovani iraniani sono stati accusati di essere amanti. Siccome sodomiti un tribunale ha stabilito che il loro comune destino si sarebbe compiuto con un cappio al collo. Ayaz e Mahmut sono morti, dopo essere stati torturati i loro corpi appesi a quelle funi sono stati accarezzati dal vento per diversi minuti. La folla riunitasi per l'occasione ha assistito schiamazzando alla morte dei due ragazzi le cui esistenze sono state in ogni caso molto più dignitose di quella di chi li ha voluti appesi a quei cappi.
Notizie di questo genere ne arrivano in continuazione da molti Paesi del mondo e niente sembra riuscire a fermare il fiume di morte che scorre sotto questo cielo. Sulla base di questi, e di moltissimi altri fatti identici, la presidenza di turno dell'Unione europea si è resa conto che essere omosessuale non è compatibile con la vita in molte parti del mondo e ha proposto di depenalizzarla. Il testo presentato all'Onu è molto semplice, non contiene nulla di rivoluzionario se non il fatto che finalmente la Comunità internazionale pretenderebbe che ogni Stato si adegui allo standard minimo, che vuole le lesbiche, i gay e i trans trattati come ogni altro cittadino. "Si richiede - vi si legge - che i diritti umani siano estesi a tutti gli esseri umani indipendentemente dall'orientamento sessuale". Più lontano invece, i Paesi che hanno firmato la proposta francese si dicono "preoccupati che le persone di tutti i Paesi del mondo siano oggetto di violenze, persecuzioni, discriminazioni, esclusioni, stigmatizzazioni e pregiudizi a causa del loro orientamento sessuale". E poi ancora, dopo aver condannato "tutte le violazioni dei diritti umani basate sull'orientamento sessuale", il documento termina esortando "gli Stati ad assicurare un'adeguata protezione ai difensori dei diritti umani e a rimuovere gli ostacoli che impediscono loro di portare avanti il loro lavoro di lotta alle discriminazioni per orientamento sessuale".
Non è niente di eccezionale questo documento, come si vede. Piuttosto, a sessant'anni dalla stesura della Dichiarazione internazionale dei Diritti dell'uomo, questo sembra il più ovvio degli atti dovuti. E invece no! Perché nonostante questo progetto di depenalizzazione dell'omosessualità sia stato sottoscritto da 53 membri dell'Onu, il Vaticano ha sentito il bisogno di prendere un'altra posizione. Monsignor Celestino Migliore, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni unite , ha detto un secco niet. "Con una dichiarazione di valore politico - ha voluto far sapere il prelato - sottoscritta da un gruppo di Paesi, si chiede agli Stati ed ai meccanismi internazionali di attuazione e controllo dei diritti umani di aggiungere nuove categorie protette dalla discriminazione, senza tener conto che, se adottate, esse creeranno nuove e implacabili discriminazioni. Per esempio, gli Stati che non riconoscono l'unione tra persone dello stesso sesso come ‘matrimonio' verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni".
Peccato che Celestino Migliore non si sia nemmeno preso la briga di leggere il testo che commenta. Se l'avesse fatto forse si sarebbe accorto che in nessun punto della dichiarazione presentata si fa riferimento al "matrimonio", che mai - nemmeno in modo vago - si parla di unioni fra persone, e che le coppie o le famiglie omosessuali non sono in nessun modo oggetto della questione. Si tratta di una serie di tredici punti in cui si provvede a rappresentare ogni violenza ai danni delle persone omosessuali come riprovevole. È il manifesto politico internazionale della condanna alla pena di morte, alla tortura e alla detenzione arbitraria delle persone non eterosessuali. Come mai il Vaticano dice di no? Perché dal trono di Pietro non si provvede ad ammettere che la vita è sacra, tutta quanta, e non solo quella degli embrioni?
Fa venire la pelle d'oca il riferimento del Vaticano agli Stati che non riconoscono il matrimonio fra gay. Loro, quei Paesi, secondo il Vaticano potrebbero essere "discriminati" dagli altri e messi "alla gogna". Credevamo che per la Santa Sede la vita dell'uomo fosse inviolabile. Pensavamo che per la Chiesa di Roma il rispetto delle cose sacre fosse non discutibile. Ci eravamo illusi che chi veste l'abito talare considerasse che ogni persona è figlia di Dio e invece ci sbagliavamo. Le priorità del Vaticano sembra che non c'entrino con la difesa della vita umana ma che siano legate al non mettere sotto pressione certi Stati. È buffo che in molti Paesi in cui i gay muoiono impiccati, le chiese finiscano fra le fiamme e le comunità di cristiani siano perseguitate e represse. Ma secondo monsignor Migliore, a quanto pare, certe volte si può fare un favore anche al diavolo.

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