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mercoledì 24 settembre 2008

Giancarlo Siani, vittima dimenticata

sianiLa sera del 23 settembre 1985, nel quartiere Vomero a Napoli, la camorra uccide Giancarlo Siani. Giornalista pubblicista, corrispondente da Torre Annunziata per il quotidiano partenopeo “Il Mattino”, quando viene assassinato ha da poco compiuto 26 anni. Non è tra le vittime famose di quella lunga lotta fra giornalismo d’inchiesta e criminalità organizzata che ha visto nella storia cadere scomodi cronisti sotto il fuoco nemico. Una guerra di trincea e sfinimento, in cui da una parte stanno le macchine da scrivere, dall’altra le armi. Quello di Giancarlo Siani è un nome dimenticato dalle imprevedibilità della storia, che rende almeno la giustizia della memoria collettiva ad alcuni, lasciando cadere nell’oblio altri. Forse Giancarlo era troppo giovane e troppo precario per rimanere nella mente, e il solo primato che oggi gli spetti è l’essere stato il primo giornalista ucciso dalla camorra. Aveva 26 anni e tutta la vita davanti, fatta del coraggio, della sfrontatezza e dell’idealismo di chi con una macchina da scrivere s’inventa un mestiere e persegue un sogno. Mettendosi su una strada troppo ripida e scivolosa per chi non ha le spalle coperte, sempre ammesso che in quel Sud terra di confine e di nessuno esista qualcuno con le spalle coperte e insieme i piedi nella legalità. Una gavetta infame la sua, che avvia una vita di precariato incerto nel 1981, nella redazione del “Mattino” di Napoli decentrata a Castellamare di Stabia. E che dai colli alto borghesi del Vomero viene spedito dritto dentro l’inferno di Torre Annunziata. Periferia della periferia del mondo, pantano, terra di nessuno. Regno incontrastato della camorra e dei suoi bravi, serbatoio inesauribile di morte, pozzo senza fondo di criminalità, spaccio di droga, delinquenza. Non solo quella marginale e autogestita del piccolo spaccio, ma il grande salotto devastato dall’abusivismo edilizio, in cui si muove il cartello di clan dei Nuvoletta. Un nome innocuo solo all’udito, che nasconde le mire sanguinarie di una delle più violente famiglie camorriste del panorama campano.

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